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Sul federalismo ho apprezzato l’UDC, per niente il PD

venerdì, 23 gennaio 2009

Questa volta Casini ha fatto centro. Il Partito Democratico ha dimostrato invece ancora una volta di avere una posizione incomprensibile. Ieri il disegno di legge della riforma federalista ha ottenuto il voto favorevole del Senato, con 156 sì, 6 contrari e 108 astenuti. La posizione assunta da partito centrista questa volta mi ha convinto di più. Spiegando nei particolari i punti del provvedimento sui quali l’UDC ha le maggiori riserve, Casini ha paventato “il rischio della moltiplicazione dei centri di spesa, la confusione sul riparto delle competenze, la penalizzazione del mezzogiorno, la mancata soluzione del problema di Roma Capitale”. E poi il problema, non secondario, delle risorse. E’ vero che il federalismo “è un congegno ad alta complessità tecnica”. Ma per capirci qualcosa bisogna attendere, una volta approvato definitivamente il testo, i decreti attuativi. Altra domanda lecita: la riforma rispetterà l’unità e la solidarietà tra le aree del Paese? Il timore di Casini è fondato. I rischi dei costi ci sono. In Francia e in Spagna, il decentramento fiscale ha fatto crescere le imposte locali più di quanto diminuissero quelle centrali. Ma il caso più importante e significativo è quello del Belgio. Lì la fase iniziale del federalismo ha contribuito in grande misura al dissesto finanziario prima di Maastricht. Si discute anche dell’accorpamento dei comuni. In uno studio dell’Ocse, scritto dall’economista esperta di questioni italiane, Alexandra Bibbee, si nota che la dimensione media dei nostri Comuni è troppo piccola per permettere una gestione efficente dei servizi erogati. L’ideale sarebbe dimezzarne il numero. Per non parlare poi della mancata liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Insomma, in tempi di crisi, la scelta del federalismo, non mi sembra molto responsabile. E l’astensione del PD mi ha imbarazzato molto, perchè semplicemente non ha senso. Sulla politica, il tema vero è: quale è la vera anima di questo benedetto partito?

Il governo pone la fiducia sul decreto anticrisi “in omaggio alla centralità del Parlamento”

mercoledì, 14 gennaio 2009

Il ministro Elio Vito sta tornando quello di una volta. “Per rispetto del Parlamento” si pone la fiducia sul disegno di legge anticrisi. Gianfranco Fini gli risponde duramente.”In tanti anni ho avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia”, ma “è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione, è la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del Parlamento”. Ma quando mai questo governo ha rispettato la centralità del Parlamento, l’organo costituzionale titolare della funzione legislativa. Di seguito vi propongo la lettera che la Quinta A del Liceo Scientifico “XXV Aprile” di Pontedera ha scritto a Giorgio Napolitano dopo aver visitato il Senato della Repubblica.

Non ci sono altre parole da spendere. La centralità del Parlamento è sacra, ma che ci andiamo a fare in aula?

Egregio signor Presidente della Repubblica,
a scriverle sono venti ragazzi che quest’anno sosterranno l’esame di maturità, studenti e studentesse del liceo Scientifico «XXV Aprile» di Pontedera. Ci rivolgiamo a Lei per la prima volta, ma l’argomento di cui vorremmo renderla partecipe ci sembra alquanto importante. La questione riguarda una visita che la nostra classe, insieme a due insegnanti, ha effettuato il 2 dicembre al Senato della nostra amata Repubblica.

Avremmo tanto voluto dimostrarle il riconoscimento verso le Nostre istituzioni e la felicità per aver avuto la possibilità di partecipare a tale visita, ma purtroppo i sentimenti che ci spingono a scriverle sono decisamente altri.

Siamo da poco maggiorenni, alcuni di noi hanno già avuto l’onore, nonché il dovere, di votare alle ultime elezioni. Tutti ci interessiamo alla politica, chi più e chi meno. Tutti, a scuola, seguiamo le lezione di educazione civica. Tutti studiamo gli articoli più importanti della nostra Costituzione e tutti crediamo nei suoi Principi Fondamentali. Ci stanno insegnando che non bisogna cedere a quella malattia, diffusa fra molti giovani, che è l’«indifferentismo». Ci stanno insegnando quel principio che un certo signor Piero Calamandrei insegnò agli studenti milanesi nel ’55 e cioè che sulla libertà bisogna vigilare ogni giorno, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica.

Dopo aver letto queste parole si immagini dunque con quale entusiasmo e aspettativa attendevamo la visita al Senato. Nel primo pomeriggio siamo stati alla Libreria del Senato, dove una cortese signorina ci ha parlato di quest’importante organo di Stato: il ruolo, i poteri, la fisionomia. Dopo aver chiarito alcune curiosità ci ha esposto che cosa avremmo sentito alla seduta pubblica. L’ordine del giorno prevedeva la conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 ottobre 2008, n. 155, recante misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell’erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell’attuale situazione di crisi dei mercati finanziari internazionali. Visto il tema molto attuale, la signorina ci ha anche spiegato che eravamo fortunati, in quanto avremmo assistito ad un’importante, se non accesa, discussione parlamentare.

Un po’ intimoriti, ma molto emozionati, siamo entrati a Palazzo Madama e, scortati dai commessi, siamo finalmente entrati per assistere alla seduta. Il presidente del Senato stava già introducendo la relazione del disegno di legge e si immagini il nostro stupore, mettendoci seduti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano pressoché deserte e che nessuno di quei pochi signori presenti stava ascoltando il Presidente. Ci è venuto spontaneo chiedere spiegazioni ai commessi, i quali ci hanno cortesemente rassicurati, spiegandoci che ogni senatore conosceva già il disegno di legge e la lettura da parte del Presidente era pura formalità. La situazione e soprattutto il grado di attenzione sarebbero sicuramente cambiati da lì a poco.

Ma ancora più stupore lo abbiamo provato nel momento in cui ci siamo resi conto che la situazione, con il passare dei minuti, non solo non cambiava, ma degenerava: i senatori parlavano fra di loro ed al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio di sottofondo, per altro non captato dal Presidente, che neppure tentava di richiamare all’ordine tali senatori. Ai più sfrontati con il cellulare alla mano si contrapponevano però i senatori più pacati: non conversavano, non interagivano, ma sfogliavano semplicemente le pagine dei quotidiani o dei giornali di gossip. Non dimentichiamo poi coloro che usavano con naturalezza il computer, aperto in bella vista davanti ai loro scanni. Dalla nostra tribunetta, esterrefatti, scrutavamo tutto e tutti. La situazione stava per toccare il fondo: alcuni senatori cominciano a esporre i loro discorsi e le loro opinioni riguardo il decreto-legge, ma il brusio ovviamente non si placa neppure adesso.

Molti di loro, concluso il discorso, prendono la ventiquattr’ore e se vanno, senza nemmeno ascoltare la risposta degli altri parlamentari. Altri continuano insistentemente a conversare e come l’esponente del proprio schieramento conclude il discorso si girano e con estrema naturalezza applaudono, senza nemmeno aver ascoltato una virgola dell’arringa. Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono.

Ma lo stupore provato fino ad adesso in un soffio si trasforma in profonda delusione e vergogna. Ad alcuni di noi infatti capita per caso di ascoltare alcune frasi frammentarie, ma purtroppo del tutto intelligibili, di un senatore che, salito sulla tribunetta, stava rispondendo alle domande di altri signori scandalizzati quanto noi. «E’ normale, è anni che è così», ripeteva tale signore alle loro domande riguardo l’assenteismo. «L’Italia ormai è un Paese che non può più essere riformato», sosteneva. «I senatori si presentano solo per le votazioni più importanti; il titolo ormai è acquisito», rimarcava.

L’entusiasmo di venti giovani cittadini si è cancellato al sentire queste frasi. L’unica cosa che provavamo uscendo da Palazzo Madama quel martedì era delusione, amarezza, vergogna. Tutte quelle belle aspettative di cui eravamo pieni la mattina sono sfumate in quella mezz’ora.

Come si può governare bene un Paese se non si siede quasi mai in quelle tribune? Come si possono risolvere i problemi dello Stato senza dar loro attenzione? Come si possono trovare compromessi senza ascoltare le opinioni altrui? Come si può aiutare un Paese che sta soffrendo, che ha molte lacune da sanare, che ha gravi problemi da affrontare, se si hanno radicate nella mente le convinzioni di quel senatore?

Nei giorni successivi abbiamo continuato a parlarne in classe e le nostre professoresse si sono sentite quasi in dovere di chiederci scusa. I loro intenti erano due: coltivare e cementare il nostro senso civico e il nostro interesse per la politica e formare la nostra fiducia nelle istituzioni. Quest’ultimo è crollato come un castello di sabbia, lasciando dietro di sé le fondamenta della delusione. Ma per quanto riguarda la coscienza civica, difficile a crederci, si è resa ancora più salda: di assenteismo, di disinteresse, di falsità nella politica italiana avevamo sentito solo parlare, adesso però li abbiamo visti con i nostri occhi. Vedere per credere. La presa di coscienza di una realtà che in pochi vogliono ammettere ha generato un’unica, ma forte, sicurezza: la politica non può e non deve essere quella che ci si è presentata davanti. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione», così recita l’articolo 67 della nostra Costituzione, e, se noi siamo la Nazione, non siamo più così sicuri di voler essere rappresentati da chi non si ripete ogni giorno questa frase.

Come noi anche altri studenti potrebbero aver avuto, e a nostro parere è cosa certa che sia accaduto, la stessa reazione. Perciò, pur essendo consapevoli che questa nostra lettera non cambierà quello che abbiamo visto e sentito nell’aula del Senato, ci è sembrato doveroso doverla rendere partecipe della nostra esperienza, delle nostre sensazioni e delle nostre conclusioni.

In veste di garante della Costituzione e rappresentante dell’unità non le poniamo alcuna richiesta, né le formuliamo alcun appello, ma la ringraziamo soltanto di aver speso un po’ del suo tempo nel leggere questa lettera. In veste di cittadino italiano invece le chiediamo di far tesoro del pensiero, per non dire dello sdegno, di venti studenti, fieri cittadini italiani esattamente come Lei.