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Sulla Laicità: intervista a Dario Franceschini

giovedì, 24 settembre 2009
Testamento biologico, ora di religione, diritti dei gay, ma anche i rapporti con il governo e con la Chiesa. La democrazia interna al partito. Di tutti questi temi parla il segretario Dario Franceschini in una intervista al settimanale ‘L’Espresso’ in cui indica un criterio guida: il principio della laicita’ dello Stato sancito dalla Costituzione.
D – Il popolo del Pd chiede piu’ laicita’ ai dirigenti del partito: c’e’ carenza della materia?.
FRANCESCHINI – ‘Abbiamo fatto la scelta di un grande partito con la consapevolezza che non sarebbe stato identitario, nascendo dall’incontro tra filoni culturali diversi. Un tempo ci saremmo divisi su altre questioni, oggi sono i temi eticamente sensibili ad appassionare. Pochi anni fa nessuno avrebbe saputo fare distinzione tra accanimento terapeutico, eutanasia, alimentazione forzata, oggi sono questioni di dibattito politico. E in futuro saremo sempre piu’ costretti a confrontarci con queste scelte’.
D – Il Pd su questi temi sembra diviso tra due strade: la spaccatura o il silenzio.
FRANCESCHINI – ‘Non e’ cosi’. La tentazione di tutti, non solo nel Pd, e’ di sedersi sulla propria verita’ e di sbatterla in faccia agli altri. E’ un errore tragico: la nostra sfida e’ abbattere quel muro, sarebbe un contributo positivo che il Pd darebbe alla societa’ italiana. Sulla cura delle malattie, la fine della vita, la liberta’ di ricerca, la liberta’ individuale i laici e i cattolici condividono le stesse speranze e le stesse paure. E noi dobbiamo muoverci secondo il rispetto della laicita’ dello Stato, previsto dalla Costituzione, accompagnato dal principio per cui nessun valore religioso puo’ diventare automaticamente norma dello Stato, tanto piu’ in una societa’ ormai multireligiosa come la nostra. Il miglior baluardo della laicita’ e’ un partito come il nostro che fa la sintesi’.

D – La puo’ fare lei, cattolico, sottoposto anche come politico alle pressioni della Chiesa?.
FRANCESCHINI – ‘Per i credenti a quei principi va aggiunto un altro: l’autonomia delle scelte politiche. La Chiesa ha diritto di intervenire, non si puo’ applaudirla quando parla di pace o di immigrazione e negarle la parola quando dice cose scomode sui temi etici. Ma la Chiesa non puo’ dire a un parlamentare come deve votare: e’ una scelta che appartiene all’autonomia del politico. Su questo punto rivendico una coerenza: la raccolta di firme tra i deputati cattolici dell’Ulivo sulla legge sui Dico e’ stata considerata da molti l’atto di nascita del Pd’.
D-Caliamo i principi in terra. Sul biotestamento al Senato avete inventato la cosiddetta posizione prevalente per far convivere tutte le anime, alla Camera che farete?.
FRANCESCHINI – ‘Discuteremo e decideremo. Fino a poco tempo fa su questi temi c’era solo la liberta’ di coscienza, in pratica significava che ognuno votava come voleva. La posizione prevalente e’ stata il superamento di quella linea.
Ora i tempi sono maturi per un passo ulteriore: il Pd deve discutere, poi pero’ deve decidere. La posizione del partito e’ una. Poi si rispettera’ chi, in coscienza, laico o cattolico che sia, non si sentira’ di condividerla’.
D – Sul punto chiave, il divieto di sospendere alimentazione e idratazione per il malato, il Pd come votera’?.
FRANCESCHINI – ‘Sul caso di Eluana Englaro la cosa piu’ bella l’ha detta il filosofo cattolico Giovanni Reale. La distinzione e’ tra farsi morire e lasciarsi morire. La prima e’ eutanasia, la seconda e’ la cosa piu’ naturale nel senso comune, chiedere di essere portati a casa quando si e’ vicini alla fine. E in questo caso la scelta della sospensione delle cure non puo’ che essere del diretto interessato o, in caso di sua impossibilita’, di chi l’ha amato, i suoi parenti d’accordo con il medico. Non si puo’ imporre con la forza alimentazione e idratazione come norme di legge. Lo Stato deve fermarsi fuori dalla camera di quella persona’.

D – La deputata Paola Binetti la pensa in modo diverso: si mette fuori dal partito?.
FRANCESCHINI – ‘Non e’ un modo di discutere. Rispetto chi non la pensa come me e chi ha una posizione diversa dal partito. Non si puo’ dire ‘fuori’ a chi ha un’altra idea’.
D – Ma Francesco Rutelli e altri parlamentari che pure appoggiano la sua candidatura sono lontani da queste posizioni. Non e’ una contraddizione?.
FRANCESCHINI – ‘Il Pd vive e ha motivo di esistere proprio perche’ al suo interno convivono diverse sensibilita’. E se qualcuno mi sostiene nella corsa alla segreteria lo fa per la complessita’ delle proposte che avanzo, non solo su temi etici ma sulle alleanze, sull’idea di partito. Altrimenti cadiamo nello schema di fare un congresso solo sulla questione della laicita’, sarebbe assurdo’.

D – Ignazio Marino, il terzo candidato, ne ha fatto una bandiera, con buoni risultati…
FRANCESCHINI – ‘E’ un errore caratterizzarsi sulla vita e sulla morte come strumenti di battaglia congressuale.
Significa rialzare quel muro che tutti dovremmo abbattere’.
D – Nell’Inghilterra del Labour depenalizzano il suicidio assistito,
in Spagna c’e’ la legge sull’aborto a 16 anni voluta dai socialisti, Obama da’ il via libera alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non le sembra che in questo campo il Pd sia fuori linea nella sinistra progressista mondiale?.
FRANCESCHINI – ‘Sono temi delicati e diversi tra loro.
Ritengo, per esempio, che il suicidio assistito sia una forma di eutanasia cui opporsi senza esitazioni…’.
D – Molti elettori del Pd, pero’, sospirano: perche’ da noi non c’e’ Zapatero?.
FRANCESCHINI – ‘Chi aderisce al Pd condivide la consapevolezza che questioni come queste non possono piu’ essere confinate in un angolo dell’agenda politica e accetta il confronto. Di una cosa sono convinto: l’individualismo sfrenato e’ l’opposto del progressismo. In Italia l’incontro tra i cattolici democratici e la sinistra riformista e’ avvenuto sul terreno della solidarieta’, e’ il patrimonio del sentire comune della base del Pd. E’ questo che ci distingue dai disvalori della destra’.
D – Pillola abortiva Ru486, la destra chiede un’inchiesta del Parlamento: lei e’ favorevole o contrario?.
FRANCESCHINI – ‘C’e’ una legge sull’aborto che nessuno mette in discussione. Se c’e’ un modo meno invasivo per la donna di un intervento chirurgico perche’ opporsi? Bisogna certo evitare che essendo una pillola venga vissuta come un contraccettivo. Ma questo dipende dal modo di usarla’.

D – L’ora di religione: gli insegnanti di religione vanno esclusi dagli scrutini come prevede la sentenza del Tar? O ha fatto bene il ministro Gelmini a presentare ricorso?.
FRANCESCHINI – ‘E’ una materia che attiene ai rapporti tra Stato e Chiesa regolati da un Concordato. E fino a che esiste l’ora di religione va valutata come una materia uguale alle altre. Perche’ estraniare un docente dalla valutazione complessiva di uno studente?’.
D – La deputata Pd Paola Concia ha denunciato l’assenza degli omosessuali nei dibattiti della festa del Pd. C’e’ spazio per la cultura gay nel Pd targato Franceschini?.
FRANCESCHINI – ‘La lotta contro tutte le intolleranze e’ nel nostro Dna, ci mancherebbe altro che facessimo una discriminazione per genere o orientamento sessuale nel nostro partito’.

D – Coppie di fatto: riprenderete la battaglia?.
FRANCESCHINI – ‘In termini di contenuti, si’. Il riconoscimento dei diritti dei conviventi a ereditare, ad avere la titolarita’ di contratti di affitto, di curare il proprio convivente, non indebolisce affatto la famiglia fondata sul matrimonio. Sull’opportunita’ politica ho qualche dubbio: in questo Parlamento la destra ha la maggioranza, potrebbe essere un boomerang. Si parte per allargare i diritti e si rischia di restringerli’.
D – La destra berlusconiana e’ ancora la capofila dei valori cattolici?.
FRANCESCHINI – ‘La destra ha scelto spregiudicatamente di cavalcare i valori per qualche voto, salvo smentirli sul piano dei comportamenti personali e di dare una clavata in testa al direttore del quotidiano dei vescovi alla prima presa di distanza. E’ un altro inganno che sta per finire’.

Il governo pone la fiducia sul decreto anticrisi “in omaggio alla centralità del Parlamento”

mercoledì, 14 gennaio 2009

Il ministro Elio Vito sta tornando quello di una volta. “Per rispetto del Parlamento” si pone la fiducia sul disegno di legge anticrisi. Gianfranco Fini gli risponde duramente.”In tanti anni ho avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia”, ma “è la prima volta che ascolto porre la questione di fiducia da parte del rappresentante del governo in onore del lavoro della commissione, è la prima volta che sento dire che viene posta la questione di fiducia in omaggio alla centralità del Parlamento”. Ma quando mai questo governo ha rispettato la centralità del Parlamento, l’organo costituzionale titolare della funzione legislativa. Di seguito vi propongo la lettera che la Quinta A del Liceo Scientifico “XXV Aprile” di Pontedera ha scritto a Giorgio Napolitano dopo aver visitato il Senato della Repubblica.

Non ci sono altre parole da spendere. La centralità del Parlamento è sacra, ma che ci andiamo a fare in aula?

Egregio signor Presidente della Repubblica,
a scriverle sono venti ragazzi che quest’anno sosterranno l’esame di maturità, studenti e studentesse del liceo Scientifico «XXV Aprile» di Pontedera. Ci rivolgiamo a Lei per la prima volta, ma l’argomento di cui vorremmo renderla partecipe ci sembra alquanto importante. La questione riguarda una visita che la nostra classe, insieme a due insegnanti, ha effettuato il 2 dicembre al Senato della nostra amata Repubblica.

Avremmo tanto voluto dimostrarle il riconoscimento verso le Nostre istituzioni e la felicità per aver avuto la possibilità di partecipare a tale visita, ma purtroppo i sentimenti che ci spingono a scriverle sono decisamente altri.

Siamo da poco maggiorenni, alcuni di noi hanno già avuto l’onore, nonché il dovere, di votare alle ultime elezioni. Tutti ci interessiamo alla politica, chi più e chi meno. Tutti, a scuola, seguiamo le lezione di educazione civica. Tutti studiamo gli articoli più importanti della nostra Costituzione e tutti crediamo nei suoi Principi Fondamentali. Ci stanno insegnando che non bisogna cedere a quella malattia, diffusa fra molti giovani, che è l’«indifferentismo». Ci stanno insegnando quel principio che un certo signor Piero Calamandrei insegnò agli studenti milanesi nel ’55 e cioè che sulla libertà bisogna vigilare ogni giorno, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica.

Dopo aver letto queste parole si immagini dunque con quale entusiasmo e aspettativa attendevamo la visita al Senato. Nel primo pomeriggio siamo stati alla Libreria del Senato, dove una cortese signorina ci ha parlato di quest’importante organo di Stato: il ruolo, i poteri, la fisionomia. Dopo aver chiarito alcune curiosità ci ha esposto che cosa avremmo sentito alla seduta pubblica. L’ordine del giorno prevedeva la conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 ottobre 2008, n. 155, recante misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell’erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell’attuale situazione di crisi dei mercati finanziari internazionali. Visto il tema molto attuale, la signorina ci ha anche spiegato che eravamo fortunati, in quanto avremmo assistito ad un’importante, se non accesa, discussione parlamentare.

Un po’ intimoriti, ma molto emozionati, siamo entrati a Palazzo Madama e, scortati dai commessi, siamo finalmente entrati per assistere alla seduta. Il presidente del Senato stava già introducendo la relazione del disegno di legge e si immagini il nostro stupore, mettendoci seduti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano pressoché deserte e che nessuno di quei pochi signori presenti stava ascoltando il Presidente. Ci è venuto spontaneo chiedere spiegazioni ai commessi, i quali ci hanno cortesemente rassicurati, spiegandoci che ogni senatore conosceva già il disegno di legge e la lettura da parte del Presidente era pura formalità. La situazione e soprattutto il grado di attenzione sarebbero sicuramente cambiati da lì a poco.

Ma ancora più stupore lo abbiamo provato nel momento in cui ci siamo resi conto che la situazione, con il passare dei minuti, non solo non cambiava, ma degenerava: i senatori parlavano fra di loro ed al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio di sottofondo, per altro non captato dal Presidente, che neppure tentava di richiamare all’ordine tali senatori. Ai più sfrontati con il cellulare alla mano si contrapponevano però i senatori più pacati: non conversavano, non interagivano, ma sfogliavano semplicemente le pagine dei quotidiani o dei giornali di gossip. Non dimentichiamo poi coloro che usavano con naturalezza il computer, aperto in bella vista davanti ai loro scanni. Dalla nostra tribunetta, esterrefatti, scrutavamo tutto e tutti. La situazione stava per toccare il fondo: alcuni senatori cominciano a esporre i loro discorsi e le loro opinioni riguardo il decreto-legge, ma il brusio ovviamente non si placa neppure adesso.

Molti di loro, concluso il discorso, prendono la ventiquattr’ore e se vanno, senza nemmeno ascoltare la risposta degli altri parlamentari. Altri continuano insistentemente a conversare e come l’esponente del proprio schieramento conclude il discorso si girano e con estrema naturalezza applaudono, senza nemmeno aver ascoltato una virgola dell’arringa. Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono.

Ma lo stupore provato fino ad adesso in un soffio si trasforma in profonda delusione e vergogna. Ad alcuni di noi infatti capita per caso di ascoltare alcune frasi frammentarie, ma purtroppo del tutto intelligibili, di un senatore che, salito sulla tribunetta, stava rispondendo alle domande di altri signori scandalizzati quanto noi. «E’ normale, è anni che è così», ripeteva tale signore alle loro domande riguardo l’assenteismo. «L’Italia ormai è un Paese che non può più essere riformato», sosteneva. «I senatori si presentano solo per le votazioni più importanti; il titolo ormai è acquisito», rimarcava.

L’entusiasmo di venti giovani cittadini si è cancellato al sentire queste frasi. L’unica cosa che provavamo uscendo da Palazzo Madama quel martedì era delusione, amarezza, vergogna. Tutte quelle belle aspettative di cui eravamo pieni la mattina sono sfumate in quella mezz’ora.

Come si può governare bene un Paese se non si siede quasi mai in quelle tribune? Come si possono risolvere i problemi dello Stato senza dar loro attenzione? Come si possono trovare compromessi senza ascoltare le opinioni altrui? Come si può aiutare un Paese che sta soffrendo, che ha molte lacune da sanare, che ha gravi problemi da affrontare, se si hanno radicate nella mente le convinzioni di quel senatore?

Nei giorni successivi abbiamo continuato a parlarne in classe e le nostre professoresse si sono sentite quasi in dovere di chiederci scusa. I loro intenti erano due: coltivare e cementare il nostro senso civico e il nostro interesse per la politica e formare la nostra fiducia nelle istituzioni. Quest’ultimo è crollato come un castello di sabbia, lasciando dietro di sé le fondamenta della delusione. Ma per quanto riguarda la coscienza civica, difficile a crederci, si è resa ancora più salda: di assenteismo, di disinteresse, di falsità nella politica italiana avevamo sentito solo parlare, adesso però li abbiamo visti con i nostri occhi. Vedere per credere. La presa di coscienza di una realtà che in pochi vogliono ammettere ha generato un’unica, ma forte, sicurezza: la politica non può e non deve essere quella che ci si è presentata davanti. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione», così recita l’articolo 67 della nostra Costituzione, e, se noi siamo la Nazione, non siamo più così sicuri di voler essere rappresentati da chi non si ripete ogni giorno questa frase.

Come noi anche altri studenti potrebbero aver avuto, e a nostro parere è cosa certa che sia accaduto, la stessa reazione. Perciò, pur essendo consapevoli che questa nostra lettera non cambierà quello che abbiamo visto e sentito nell’aula del Senato, ci è sembrato doveroso doverla rendere partecipe della nostra esperienza, delle nostre sensazioni e delle nostre conclusioni.

In veste di garante della Costituzione e rappresentante dell’unità non le poniamo alcuna richiesta, né le formuliamo alcun appello, ma la ringraziamo soltanto di aver speso un po’ del suo tempo nel leggere questa lettera. In veste di cittadino italiano invece le chiediamo di far tesoro del pensiero, per non dire dello sdegno, di venti studenti, fieri cittadini italiani esattamente come Lei.