“Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”

“Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”

Aldo Moro, 24 aprile 1978

Sono trascorsi trent’anni dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, tragico e autentico spartiacque della stroria dell’Italia repubblicana. Riporto di seguito alcuni passi del libro La coscienza e il potere del compianto professor Pietro Scoppola.

“Quell’evento sta come un macigno nella storia della Repubblica, segna irrevocabilmente un prima e un poi, contribuisce a spiegare quell’infinita e al tempo stesso inconcludente transizione di cui siamo prigionieri [...].

Anzitutto e prima ancora che nel sistema politico bisogna interrogarsi su quello che l’evento ha rappresentato nella coscienza profonda del paese. Perché la storia di un popolo non è fatta solo dall’operato delle sue classi dirigenti o dagli indici dei suoi consumi e del suo sviluppo: è fatta anche dalla somma dei sentimenti, delle speranze, delle gioie, delle sofferenze, delle paure che di volta in volta attraversano la coscienza popolare, la mobilitano e la sottraggono all’inerzia, alla passività in cui spesso è immersa [...].

Non si è fatto praticamente nulla per sapere e capire che cosa gli italiani hanno sentito e sofferto in quei giorni. Tutto il dibattito si è concentrato su quella falsa alternativa fra la trattativa e l’intransigenza e sull’atteggiamento che i politici hanno assunto di fronte ad essa; la ricerca storica successiva è rimasta in larga parte prigioniera di questa impostazione [...].

Sembra di poter dire che quei 55 giorni hanno accumulato nel paese una riserva di valori, di solidarietà, di sentimenti di condivisione e di responsabilità comune; hanno svolto quel ruolo misteriosamente fecondo che nella vita collettiva come in quella individuale è riservato al dolore e ai momenti più duri di prova [...].

Quel sentimento popolare spontaneamente creatosi nel paese intorno alla sorte del prigioniero non ha trovato una interpretazione politica unitaria e coerente, e non trovandola si è fatalmente ripiegato su se stesso traducendosi in delusione e sfiducia nella democrazia e nella politica. Quella emozione che poteva essere l’occasione di una maturazione morale a livello popolare, di una crescita di spirito democratico, è andata perduta perché non ha trovato valide espressioni politiche e, anzi, si è vista utilizzata e strumentalizzata per obiettivi politici contingenti e contrapposti [...].

Dunque una grande occasione morale sprecata cui fa puntuale riscontro il venir meno di ogni organico disegno per lo sviluppo della democrazia italiana nel momento in cui il vecchio sistema appariva ormai in crisi e incapace di futuri sviluppi [...].

Il modo in cui si è svolta e conclusa la vicenda Moro ha privato il passaggio a una nuova fase del sistema politico italiano non solo di una guida e di un sia pure incompiuto e incerto progetto ma anche di quella riserva etica che il dramma di Moro aveva contribuito ad accumulare nella coscienza del paese [...].

Al di là degli aspetti politici della incompiuta transizione vi è un dato psicologico che assume di giorno in giorno un peso crescente: il disincanto morale, la sfiducia nella legalità e nello Stato, lo scetticismo verso una classe politica in continua espansione numerica ma in molti casi in regressione qualitativa. Non solo insomma il paese non riesce ad avere uno stabile e normale sistema politico ma appare logorato nella sua capacità di sperare, incerto sul suo destino, ripiegato sul perseguimento di interessi particolari a scapito di ogni visione di interessi collettivi”.

Le illuminate e illuminanti riflessioni del professor Scoppola le interpreto come un invito a superare la rituale commiserazione per Moro come vittima della violenza terroristica a favore di un recupero del valore del suo messaggio.

Oggi il presidente della Repubblica Napolitano ha stigmatizzato la visibilità data ad ex terroristi dai media. In effetti i carcerieri di Moro possono continuare a tenerlo prigioniero oggi attraverso un uso strumentale della memoria. Un ottimo contributo per iniziare un’operazione di igiene storiografica è dato dal libro Lettere dalla prigionia a cura di Miguel Gotor, il quale ha cercato di riordinare cronologicamente quanto ci è pervenuto degli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. Nella premessa del libro Gotor afferma: “Queste lettere interessano dal momento che riescono a essere tante cose insieme: belle, aspre, commoventi, lucide, spirituali, angoscianti, sottili, pungenti, amorevoli, disperate, vitali; ma anche in quanto vi scorgiamo le radici di una riflessione sulla qualità della nostra democrazia e sul valore della cittadinanza, che oggi riconosciamo come questioni centrali [...]. La riflessione di Moro, tuttavia, sopravvive per la sua capacità di difendere e di promuovere in ogni sede un’idea laica della politica, pur essendo egli animato da un sentimento religioso e da una fede tanto viva e complessa nel Dio cristiano; per il suo rifiuto di ogni alchimia elettoralistica in favore di una politica forte, robusta, curiosa, caratterizzata da un dialogo continuo tra partiti, movimenti, tendenze che realmente esistono nella società, a prescindere dall’ideologia e dalla propaganda con cui si rappresentano; per la sua fastidiosa convinzione che il radicalismo e il moderatismo siano due italiche attitudini molto meno antagonistiche di quanto si vorrebbe credere, che anzi si autoalimentano a vicenda, rendendo in Italia ogni sforzo riformatore un esercizio sempre difficile, a tratti pericoloso. Forse, a tali condizioni, si può cogliere la sfida profetica di Moro, quella sua pretesa di restare come punto di contestazione e di alternativa, trent’anni dopo, ancora”.

Luca Piccirilli

Lascia un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento