Archivio di maggio 2008

Sul Taglio dell’Ici posizioni contrastanti: ma i comuni come faranno?

giovedì, 15 maggio 2008

Il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato il taglio dell’Ici sulla prima casa. Una misura discutibile perchè mette in difficoltà i Comuni, rappresentando l’imposta la principale fonte di risorsa nelle casse degli enti. A questo proposito Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e ministro ombra per le riforme del Pd, sostiene che bisogna abbassare la pressione fiscale mantenendo invariata questa imposta vitale per il sostentamento di un comune. O il governo sostituisce gli introiti derivanti dall’Ici con trasferimenti derivanti dallo Stato, oppure con la possibilità di trattenere una parte dell’Iva o dell’Irpef. Come rileva oggi su Repubblica Tito Boeri L’Ici è “una delle poche tasse che in italia non opera prelievi sul reddito, tartassato e anche per questo fortemente evaso. Ha come oggetto un bene immobile, la casa, con un’offerta poco sensibile alle variazioni di prezzo e quindi che può essere tassato con effetti molto meno distorsivi delle tasse sul capitale o sul lavoro che dovranno essere aumentate per compensare la perdita dell’Ici. Inoltre proprio in virtù della sua immobilità, l’Ici non crea conflitti fra giurisdizioni sulla titolarità del gettito e dunque, è diventata la fonte primaria di finanziamento per molti Comuni. Gli enti locali dovranno ora essere compensati per la perdita dell’Ici. Se la compensazione, come sembra, sarà totale, quei Comuni che avevano alzato l’Ici di più, magari perchè incapaci di contenere le spese, ora riceveranno proporzionalmente di più dallo Stato come compensazione. E’, dunque, un’operazione coerente con quel federalismo all’italiana, che ha fin qui decentrato la spesa mentre accentrava il prelievo, che ha aperto voragini nei nostri conti pubblici”. Ora la domanda mi sorge spontanea: chi pagherà questa compensazione?

fp

Massimo D’Alema, la nuova struttura e il ruolo del governo ombra

mercoledì, 14 maggio 2008

Dalle parole del presidente D’Alema mi sembra di percepire una spinta e un profilo verso l’alto del ruolo che l’opposizione dovrà assumere nei prossimi mesi. La sua lucidità di pensiero consiste nello sforzo di elaborazione di una cultura politica moderna in grado di interpretare i cambiamenti del Paese, come primo step. La seconda fase consiste nella costruzione di risposte convincenti e concrete. La nuova cultura passa attraverso la creazione di un luogo di ricerca , dove la formazione e l’informazione trovano la loro naturale coabitazione, dentro la cornice di un progetto la cui realizzazione è affidata a persone di diversa provenienza. Un progetto alternativo legato al Partito Democratico e aperto a tutti. Una struttura che affiancherà la Fondazione Italianieuropei e il Partito democatico. La sfida è reale: costruire un rapporto diverso con la società che cambia, sganciandosi dalle vecchie logiche di corrente o di appartenenza. Un pensatoio che abbia collegamenti con i think thank progressisti dell’Europa e degli Usa. L’opposizione e il governo ombra dovranno analizzare e condividere l’idea di D’Alema: lavorare sul terreno della cultura politica. Ma questo esige capacità di visione globale e di individuazione delle priorità da inserire nell’agenda politica, analizzandole con rigore e portandole davanti all’opinione pubblica in maniera convincente. “Dobbiamo tornare a sintonizzarci con la società, comprendere le paure e le domande che la attraversano”, secondo Dario Franceschini. Bisognava dare risposte, aggiungo io. Ora tutti al lavoro. Con piglio decisionista.

fp

Formazione e Merito nella mente del Ministro Gelmini

lunedì, 12 maggio 2008

La scuola, il Merito e i Bisogno, l’analisi sociologica dell’Internazionale giovanile. Non ero a conoscenza della proposta di legge che il Ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato lo scorso 5 febbraio. Tale proposta (”Delega al Governo per la promozione e l’attuazione del merito nella società, nell’economia e nella pubblica amministrazione e istituzione della Direzione di valutazione e monitoraggio del merito presso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato”) viene oggi ripresa dall’economista Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. Una riflessione, quella di Giavazzi, che chiama in causa il legame tra la globalizzazione e l’istruzione. In sostanza ritiene che il futuro del nostro Paese dipende dal grado di istruzione dei giovani. La categoria del merito viene menzionata ampiamente. Purtroppo manca all’appello l’altra faccia della medaglia. Che fine ha fatto il bisogno? Quale risposta diamo a tutte quelle famiglie che fanno fatica a mandare i propri figli a studiare nelle università? Sono domande sensate che non trovano ancora delle risposte.

Sempre sul Corriere, leggo con attenzione il fondo di Francesco Alberoni e rimango stupito positivamente. La creatività dei giovani (la società a se stante, l’Internazionale giovanile) secondo il sociologo, non può essere più ignorata. Bisogna valorizzare il loro talento e fare in modo che esploda la loro energia. Per ottenere tutto questo è necessario progettare una nuova scuola e una nuova offerta formativa. “Oggi avremmo bisogno di college diurni – scrive Alberoni – in cui i ragazzi entrano alle 8 del mattino ed escono alle 7 di sera. Una scuola dove oltre allo studio tradizionale fanno ginnastica, sport, teatro, cinema, musica, e dove imparano anche attività artigianali di cui la società ha un assoluto bisogno come, per esempio, l’elettricista, l’idraulico, il falegname, il cuoco, il giardiniere, per cui escono avendo già un mestiere”.

Una proposta che Mariastella Gelmini dovrà prendere in seria considerazione. Per il bene dell’Italia e delle nuove generazioni.

fp

“Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”

venerdì, 9 maggio 2008

“Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”

Aldo Moro, 24 aprile 1978

Sono trascorsi trent’anni dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, tragico e autentico spartiacque della stroria dell’Italia repubblicana. Riporto di seguito alcuni passi del libro La coscienza e il potere del compianto professor Pietro Scoppola.

“Quell’evento sta come un macigno nella storia della Repubblica, segna irrevocabilmente un prima e un poi, contribuisce a spiegare quell’infinita e al tempo stesso inconcludente transizione di cui siamo prigionieri [...].

Anzitutto e prima ancora che nel sistema politico bisogna interrogarsi su quello che l’evento ha rappresentato nella coscienza profonda del paese. Perché la storia di un popolo non è fatta solo dall’operato delle sue classi dirigenti o dagli indici dei suoi consumi e del suo sviluppo: è fatta anche dalla somma dei sentimenti, delle speranze, delle gioie, delle sofferenze, delle paure che di volta in volta attraversano la coscienza popolare, la mobilitano e la sottraggono all’inerzia, alla passività in cui spesso è immersa [...].

Non si è fatto praticamente nulla per sapere e capire che cosa gli italiani hanno sentito e sofferto in quei giorni. Tutto il dibattito si è concentrato su quella falsa alternativa fra la trattativa e l’intransigenza e sull’atteggiamento che i politici hanno assunto di fronte ad essa; la ricerca storica successiva è rimasta in larga parte prigioniera di questa impostazione [...].

Sembra di poter dire che quei 55 giorni hanno accumulato nel paese una riserva di valori, di solidarietà, di sentimenti di condivisione e di responsabilità comune; hanno svolto quel ruolo misteriosamente fecondo che nella vita collettiva come in quella individuale è riservato al dolore e ai momenti più duri di prova [...].

Quel sentimento popolare spontaneamente creatosi nel paese intorno alla sorte del prigioniero non ha trovato una interpretazione politica unitaria e coerente, e non trovandola si è fatalmente ripiegato su se stesso traducendosi in delusione e sfiducia nella democrazia e nella politica. Quella emozione che poteva essere l’occasione di una maturazione morale a livello popolare, di una crescita di spirito democratico, è andata perduta perché non ha trovato valide espressioni politiche e, anzi, si è vista utilizzata e strumentalizzata per obiettivi politici contingenti e contrapposti [...].

Dunque una grande occasione morale sprecata cui fa puntuale riscontro il venir meno di ogni organico disegno per lo sviluppo della democrazia italiana nel momento in cui il vecchio sistema appariva ormai in crisi e incapace di futuri sviluppi [...].

Il modo in cui si è svolta e conclusa la vicenda Moro ha privato il passaggio a una nuova fase del sistema politico italiano non solo di una guida e di un sia pure incompiuto e incerto progetto ma anche di quella riserva etica che il dramma di Moro aveva contribuito ad accumulare nella coscienza del paese [...].

Al di là degli aspetti politici della incompiuta transizione vi è un dato psicologico che assume di giorno in giorno un peso crescente: il disincanto morale, la sfiducia nella legalità e nello Stato, lo scetticismo verso una classe politica in continua espansione numerica ma in molti casi in regressione qualitativa. Non solo insomma il paese non riesce ad avere uno stabile e normale sistema politico ma appare logorato nella sua capacità di sperare, incerto sul suo destino, ripiegato sul perseguimento di interessi particolari a scapito di ogni visione di interessi collettivi”.

Le illuminate e illuminanti riflessioni del professor Scoppola le interpreto come un invito a superare la rituale commiserazione per Moro come vittima della violenza terroristica a favore di un recupero del valore del suo messaggio.

Oggi il presidente della Repubblica Napolitano ha stigmatizzato la visibilità data ad ex terroristi dai media. In effetti i carcerieri di Moro possono continuare a tenerlo prigioniero oggi attraverso un uso strumentale della memoria. Un ottimo contributo per iniziare un’operazione di igiene storiografica è dato dal libro Lettere dalla prigionia a cura di Miguel Gotor, il quale ha cercato di riordinare cronologicamente quanto ci è pervenuto degli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. Nella premessa del libro Gotor afferma: “Queste lettere interessano dal momento che riescono a essere tante cose insieme: belle, aspre, commoventi, lucide, spirituali, angoscianti, sottili, pungenti, amorevoli, disperate, vitali; ma anche in quanto vi scorgiamo le radici di una riflessione sulla qualità della nostra democrazia e sul valore della cittadinanza, che oggi riconosciamo come questioni centrali [...]. La riflessione di Moro, tuttavia, sopravvive per la sua capacità di difendere e di promuovere in ogni sede un’idea laica della politica, pur essendo egli animato da un sentimento religioso e da una fede tanto viva e complessa nel Dio cristiano; per il suo rifiuto di ogni alchimia elettoralistica in favore di una politica forte, robusta, curiosa, caratterizzata da un dialogo continuo tra partiti, movimenti, tendenze che realmente esistono nella società, a prescindere dall’ideologia e dalla propaganda con cui si rappresentano; per la sua fastidiosa convinzione che il radicalismo e il moderatismo siano due italiche attitudini molto meno antagonistiche di quanto si vorrebbe credere, che anzi si autoalimentano a vicenda, rendendo in Italia ogni sforzo riformatore un esercizio sempre difficile, a tratti pericoloso. Forse, a tali condizioni, si può cogliere la sfida profetica di Moro, quella sua pretesa di restare come punto di contestazione e di alternativa, trent’anni dopo, ancora”.

Luca Piccirilli

Oggi il “Giorno della memoria” per ricordare le vittime del terrorismo

venerdì, 9 maggio 2008

Il giorno 9 maggio 1979, in via Caetani a Roma, è stato ritrovato il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Questa data è stata scelta dal Quirinale per commemorare tutti i caduti degli anni di piombo: un elenco che comprende 378 nomi. Vittime del terrorismo interno ed internazionale. Si tratta di protagonisti importanti della storia del nostro Paese, i cosiddetti umili servitori dello Stato, e anche semplici cittadini. Una data che dovrebbe costituire per le nuove generazioni un elemento di riflessione sulla storia degli anni Settanta e Ottanta. Ma la memoria si dovrebbe coltivare ogni giorno e in ogni luogo. Domenica scorsa, insieme a mio cugino e a un amico, sono andato al Cimitero inglese di Torino di Sangro (Ch). Prima di raggiungere il posto siamo passati per il lungomare di Fossacesia: centinaia di persone passeggiavano, bancarelle di ambulanti, clima di festa. Al cimitero c’erano tre persone. Erano i familiari di un soldato americano morto sulle nostre colline nel 1943. Oltre loro non c’era nessuno. Ho provato un senso di fastidio e sono diventato nervoso. Non riuscivo e non riesco a spiegarmi come un posto così importante per il Paese sia deserto. E pensare che a pochi passi da lì una massa grigia di persone passeggiava tranquillamente. Per carità, non voglio puntare il dito contro nessuno, anche perchè il sottoscritto ama passeggiare come le altre persone normali. Ma la nostra società moderna dovrebbe un pochino vergognarsi. Siamo legati solo alle ricorrenze. Il giorno dopo dimentichiamo in fretta tutto. Ma in questo modo non renderemo un buon servizio a chi verrà dopo di noi. Certo, dipende molto anche dalla sensibilità personale. Ma i valori collettivi superano o dovrebbero superare di gran lunga l’individualità o il bieco individualismo. Ricordare le vittime del terrorismo è importantissimo. Ricordare coloro che hanno perso la vita per liberarci dall’invasore tedesco lo è ancora di più. Ma lo dobbiamo fare sempre e, possibilmente, coinvolgento i più giovani.