16 Agosto 2006
Documenti. Audizione di Giovanna Melandri sulle politiche giovanili.
Audizione della Ministro sulle politiche giovanili
(prima parte)
Audizione Ministro Melandri
Linee programmatiche politiche giovanili
Commissione Affari Sociali Camera
6 Luglio 2006
Caro Presidente Lucà, cari colleghi,
vi ringrazio per avermi chiamato a indicare davanti alla Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati le linee programmatiche in materia di politiche giovanili del nuovo Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive.
Il Ministero
Come ben sapete, è per precisa volontà del Presidente del Consiglio che, per la prima volta nella storia della Repubblica, l’Italia si è dotata di un Dicastero dedicato ai Giovani e allo Sport. Si tratta di una scelta importante, perché il Dicastero che ho l’onore di presiedere si colloca al fianco degli altri ministeri per i giovani e lo sport presenti in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea.
In Italia, come è noto, questo Dicastero nasce senza portafoglio (ma non senza idee) ed è per questo – per svolgere al meglio le funzioni in materia di sport e quelle di indirizzo e coordinamento in materia di politiche giovanili – che è mia intenzione arrivare al più presto alla creazione di una nuova struttura dipartimentale nell’ambito della Presidenza del Consiglio.
Ciò che intendiamo realizzare è una struttura di coordinamento ed indirizzo leggera, snella, versatile ed all’altezza del proprio compito. Ma nelle more della costruzione della macchina istituzionale abbiamo già avviato una ampia fase di ascolto e riflessione che ci consente già oggi di poter portare alla vostra attenzione il frutto delle prime concrete elaborazioni programmatiche e progettuali.
Personalmente sono convinta che l’unico modo sensato di guardare ai giovani è vederli come una risorsa, mai come un problema. Se vogliamo fare dell’Italia un Paese competitivo sul piano internazionale, dobbiamo invertire la rotta e scegliere di investire con forza sulla parte giovane del Paese, iniziando ad attrarre, sostenere e valorizzare le migliori energie creative dei nostri ragazzi.
Da questo punto di vista se è vero che, come ho detto, solo con questo Governo il nostro Paese si dota per la prima volta di un Ministero per le politiche giovanili, questo non significa certo che le politiche giovanili si trovino all’anno zero.
Le buone pratiche
Non sono all’anno zero le politiche delle istituzioni locali, regionali – tutte le regioni e le province autonome hanno deliberato provvedimenti specifici, e, al 2005, erano state censite più di 1300 leggi regionali sui giovani – provinciali e comunali, le quali hanno già al proprio attivo centinaia di esperienze di buone pratiche, alle quali il nuovo Dicastero può offrire quel raccordo e quel supporto tecnico che, nel rispetto delle singole identità, può costruire effetto-sistema e garantire la massa critica necessaria per acquisire peso strategico e non rimanere semplicemente isolati esempi virtuosi.
E di certo non è all’anno zero l’Unione Europea, che alle politiche rivolte ai giovani ha legato, con il Libro Bianco del 2001, una parte importante della realizzazione della strategia di Lisbona: “Investire nella gioventù significa investire nella ricchezza delle nostre società di oggi e di domani. Si tratta di una delle chiavi del successo per l’obiettivo politico definito dal Consiglio europeo di Lisbona: fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”.” 75 milioni di giovani – la cui condizione è oggi marcata spesso da un deficit di cittadinanza – animano la nuova Europa a 25.
Le priorità individuate nel Libro Bianco sono l’ampliamento della partecipazione alla vita civile della loro comunità e al sistema della democrazia rappresentativa e l’informazione, finalizzata alla crescita dei giovani in quanto cittadini attivi e responsabili. Nel marzo 2005, il Consiglio Europeo ha adottato un Patto europeo per la gioventù, il cui obiettivo principale è quello di migliorare l’istruzione, la formazione, la mobilità, l’inserimento professionale e l’inserimento sociale dei giovani europei, facilitando nel contempo la conciliazione fra la vita familiare e la vita professionale.
Con la creazione del nuovo Ministero, tutte queste politiche trovano, finalmente anche in Italia, un interlocutore strategico, in grado – tra le altre cose – anche di dare maggiore forza alla posizione italiana nell’accesso alle risorse comunitarie, che, per il solo programma “Gioventù in azione”, nel periodo 2007-2013, ammontano complessivamente a 915 Milioni di euro.
Questa funzione di coordinamento e di indirizzo ha l’ambizione di portare ad organicità i vari interventi oggi divisi tra diversi soggetti competenti, superando così le evidenti conseguenze negative della frammentazione. A questo proposito, mi permetto di portare alla vostra attenzione una riflessione circa l’opportunità e la necessità di stabilire una interlocuzione istituzionale tra Governo e Parlamento altrettanto organica e funzionale a un metodo di confronto che valorizzi una visione d’insieme delle politiche giovanili.
Questa visione complessiva e unitaria, che non dovrà mancare di orientare anche il disegno del Quadro strategico nazionale per le politiche di sviluppo 2007-2013, potrà, in seguito, consentirci di dare risposta, anche attraverso una Legge-quadro nazionale, alle esigenze di messa a sistema maturate sulla scia delle numerose esperienze che vedono le amministrazioni pubbliche, il terzo settore e i privati impegnati in iniziative significative per il comune obiettivo di garantire ai giovani il diritto al proprio futuro.
In questa stessa direzione e con lo stesso intendimento ritengo necessario aggiungere valore per i giovani attraverso gli spazi offerti da quegli importanti strumenti di intervento congiunto fra amministrazioni centrali, regioni ed enti locali che sono gli Accordi di Programma Quadro.
Non si trova certamente all’anno zero, infine, il mondo ricco e variegato dell’associazionismo giovanile, che conta più di 50 organizzazioni di dimensione nazionale e una galassia di aggregazioni locali, una vera forza trainante della società civile, in tutte le sue forme e caratteristiche, al quale è giunto il momento di dare – ed è questo un impegno prioritario per il nostro Ministero – maggiore ascolto, voce e sostegno.
Come vedete l’interlocuzione è ampia e riguarda un sistema composito, che va dalla Commissione Europea al piccolo ma attivissimo Comune di Genzano di Lucania (6012 abitanti) il primo comune che ha attivato il Servizio Informagiovani in Basilicata nel lontano 1992, dalle associazioni più grandi e di più antica data alle nuove forme di aggregazione dal basso, e del quale fa parte anche quella componente del mondo della ricerca socio-economica che ha costruito osservatori sui giovani. E questo confronto, già avviato nelle primissime fasi di vita del nuovo Ministero anche con esperienze già in atto in Europa (come quelle avviate in Spagna dal Governo Zapatero), ci ha incoraggiato ad esplorare la strada della messa a punto di un vero e proprio Piano Nazionale Giovani che contenga gli obiettivi, le priorità, le misure che oggi appaiono non più rinviabili e che costituiranno l’oggetto dell’azione di indirizzo e di coordinamento di questo Dicastero.
Piano nazionale Giovani
Voglio fare una premessa di carattere metodologico. E’ evidente che molti dei provvedimenti o delle proposte che citerò riguardano materie la cui competenza risiede presso altre Commissioni parlamentari. Ciò che mi preme però in questa sede è rappresentare alla Commissione Affari Sociali la caratteristica di organicità complessiva che intendiamo dare ad un Piano Nazionale destinato a 360° a promuovere le potenzialità dei giovani italiani.
L’ambiziosità di questo obiettivo presuppone nella sua ideazione e soprattutto nella sua realizzazione un gioco di squadra da parte dell’intero Governo, con il Ministero delle Politiche giovanili che si offre di svolgere il compito assegnatogli di indirizzo e coordinamento tra i Ministeri dell’Economia, dello Sviluppo Economico, della Solidarietà Sociale, del Lavoro, dell’Istruzione, dell’Università, della Famiglia, della Giustizia, ma anche dell’Innovazione Tecnologica o delle Comunicazioni.
Le poche settimane dall’avvio della nostra attività ci sono servite per individuare la prima ossatura del Piano Nazionale Giovani che ovviamente andrà arricchita anche grazie al proficuo apporto che arriverà – ne sono certa – dalle Commissione parlamentari competenti.
Tutte le proposte sono tenute insieme dall’idea della centralità dei giovani. Occorre creare le condizioni perché i giovani possano essere protagonisti della loro crescita e del loro futuro, fare esperienza di autonomia e responsabilità nel cammino verso l’età adulta. E’ questa attenzione che fa di un insieme di provvedimenti ed iniziative una vera politica per i giovani, che gli da unità e significato e individua insieme la finalità ed i presupposti di ogni specifica proposta. Ed è anche proprio per questo che il dialogo con il mondo giovanile è già per noi un obbligo che intendiamo mantenere durante tutte le fasi di impostazione e scrittura del Piano.
Illustrerò ora gli obiettivi del Piano alla cui definizione stiamo lavorando in queste settimane su impulso del Presidente Prodi, in stretto contatto con il Ministro Padoa Schioppa e che intendiamo realizzare come già detto in totale collaborazione con gli altri Ministeri competenti.
LAVORO
Un primo obiettivo è quello di agevolare l’accesso dei giovani al mondo del lavoro attraverso la riduzione del livello attuale di precarizzazione e la rottura dei colli di bottiglia che impediscono il loro accesso al mondo delle professioni.
Gli interventi sulla formazione di cui tratteremo immediatamente dopo, infatti, non possono prescindere da un’analisi corretta del rapporto, peraltro molto difficile, tra giovani e mondo del lavoro.
L’Italia ha il più basso tasso di occupazione giovanile in Europa. Lo ha ricordato nella sua Relazione il Governatore della Banca d’Italia, Draghi: per i giovani tra 20 e 29 anni il tasso di occupazione italiano è inferiore di 10 punti rispetto alla media europea.
Prioritario diventa il compito di mettere in opera azioni di contrasto alla condizione di marginalità e debolezza nel mercato del lavoro che contraddistingue i giovani e soprattutto le giovani donne, oggetto di vere e proprie discriminazioni di fatto.
Ciò è dovuto in larga misura al crescente fenomeno di precarizzazione dei rapporti di lavoro. Oggi la nuova occupazione è per due terzi precaria, atipica, instabile. Senza un lavoro stabile e degnamente retribuito i nostri ragazzi non riescono a lasciare la famiglia di origine e a costruirsene una propria; senza un lavoro stabile e degnamente retribuito le giovani coppie non trovano il coraggio di regalarsi la meravigliosa esperienza della maternità e della paternità; senza un lavoro stabile e degnamente retribuito le banche non consentono loro di accendere un mutuo per acquistare o anche solo affittare una casa, o più semplicemente un frigorifero, un televisore, una macchina.
La legge 30 (la legge Maroni) ha peggiorato questa situazione, disegnando una linea che va dalla flessibilità in entrata alla precarietà senza tempo.
Per questi motivi ritengo apprezzabile e condivido l’intenzione più volte espressa dal Ministro Damiano di intervenire mediante revisione della legge 30 sulle forme contrattuali più precarizzanti.
Analogamente per questo motivo condivido la circolare con la quale sempre il Ministro Damiano è intervenuto sulla delicata vicenda dei call center per ricondurre a chiarezza i criteri in base al quale questo tipo di prestazione lavorativa vada considerata propria di un lavoro autonomo o dipendente.
Sempre per questo motivo ritengo anche io che la normativa in materia di appalti di opere e servizi della Pa debba superare il criterio del massimo ribasso ed orientarsi verso una più netta prevalenza del criterio dell’offerta economicamente e socialmente più vantaggiosa e superare la possibilità per il general contractor di subappaltare anche fino al 100% dei lavori dando origine ad una catena ingovernabile di stazioni subappaltanti dentro la quale le responsabilità in ordine alla tutela dei diritti dei lavoratori si smarriscono.
Per questi motivi ritengo, infine e soprattutto, che nella definizione del provvedimento con cui il Governo interverrà sul cosiddetto cuneo fiscale si scelga anche un criterio di selettività premiando le imprese che stabilizzano i rapporti di lavoro. Si tratta evidentemente, infatti, di una misura che naturaliter premia i lavoratori più giovani.
Infine, accenno solo il titolo, il Ministro delle Politiche Giovanili sarà al fianco del collega Mastella nell’operazione di rimozione di quei colli di bottiglia che impediscono che nell’accesso alle professioni liberali oggi come oggi in Italia il merito venga valorizzato come necessario. Non penso ad una crociata contro gli Ordini professionali bensì ad un chiaro e moderno disegno di riforma, orientato da un intento di liberalizzazione e volto a migliorare la condizione dei consumatori e ad ampliare le vie di accesso alle professioni per quelle migliaia di giovani laureati che oggi in taluni casi trovano portoni sbarrati davanti a loro.
FORMAZIONE
E’ poi necessario sviluppare e valorizzare le competenze dei giovani sostenendo i percorsi formativi scolastici e universitari e, più complessivamente, l’attività di Ricerca.
Detto, infatti, degli interventi necessari sul lavoro è poi sul grande capitolo della formazione e del rapporto tra formazione e mondo del lavoro che è necessario esplicare una concreta attività propositiva per ristabilire i ponti tra i due ambiti.
Il valore del titolo di studio in Italia sta diminuendo. Riparto ancora una volta dai dati. In Italia secondo i dati Eurostat il tasso di disoccupazione dei giovani tra 20 e 29 anni è pari al 24% tra i laureati, 13% tra chi ha un titolo di studio medio e 10% tra chi ha un titolo di studio basso. Situazione che è completamente diversa in Europa con il 9,3% di disoccupati tra i laureati, 14% tra chi ha un titolo medio e 20% tra chi ha un titolo basso.
Gli strumenti possibili a cui pensare sono vari e diversi. Si deve partire dal rafforzamento della rete di orientamento dei giovani nella scelta dei percorsi universitari da intraprendere. Salta infatti agli occhi la sproporzione esistente tra il numero di diplomati dei licei tecnico-scientifici ed il numero di quelli che poi si iscrive alle facoltà tecnico-scientifiche. Una recente indagine ci dice, inoltre, che rispetto alle scelte future, il 50% dei ragazzi italiani tra i 15 ed i 19 anni esclude di iscriversi a facoltà scientifiche, il 29% ci sta pensando ma poi non lo fa, mentre solo il 18% è sicuro di questa scelta. Tra le motivazioni spicca il giudizio negativo sulla qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche nelle scuole superiori.
Esiste poi la necessità della strutturazione di un sistema di stages che garantisca effettivamente, anche più di quanto non accada ora, ai giovani universitari di incontrare il mondo del lavoro. Mi sia anche consentito qui fare un piccolo inciso proprio su questo punto dicendo che è utile cominciare a ragionare sull’estensione dello strumento degli stages anche nei confronti dei ragazzi tra i 16 ed i 18 anni, concependolo naturalmente aldifuori delle forme di inserimento al lavoro e dei calendari scolastici come esperienze formative utili per i ragazzi per cominciare a familiarizzare con gli ambienti lavorativi.
Ma penso anche all’erogazione di borse di studio, in particolar modo nelle materie scientifiche ed alla promozione di un vero e proprio Programma a sostegno degli studi avanzati che preveda borse di studio e finanziamenti a tasso agevolato destinati a consentire ai giovani di mantenersi agli studi universitari e postuniversitari senza gravare eccessivamente sulle loro famiglie. Come accade già in altri paesi, soprattutto anglosassoni o dell’Europa continentale e del Nord, attraverso le agevolazioni nell’accesso al credito il Paese deve dare dimostrazione ai suoi giovani che scommette ed investe sul loro futuro.
Dobbiamo anche aumentare la mobilità dei giovani studenti italiani. Il Programma di Scambio Erasmus incontra sempre maggiore consenso tra i giovani europei e si è rivelato negli anni come uno dei principali strumenti volti a favorire la mobilità e la reciproca conoscenza dei giovani cittadini dell’Unione. Tuttavia le sue possibilità di ulteriore sviluppo in Italia sono ancora limitate ed andrebbero, al contrario, estese ad esempio attraverso un Programma quadriennale finalizzato ad integrare le borse di studio e a sostenere le Università in grado di organizzare corsi in lingua inglese al fine di incrementare la domanda di scambi da parte delle Università straniere.
Penso infine a sovvenzioni per l’apprendimento delle lingue straniere sottoforma di contributi a fondo perduto o detrazioni dal reddito (della famiglia o proprio) fino alla previsione di forme di detrazione o deduzione fiscale per l’acquisto di libri per i giovani.
Da questo punto di vista un passaggio ineludibile per rinforzare il raccordo tra formazione e mondo del lavoro è la ripresa dello strumento del cd. “prestito d’onore” (legge 608 del 1996 modificata dal D.Lgs 185 del 2000) che io ritengo vada opportunamente modificata nelle finalità, con estensione alle attività di specializzazione in campo formativo, e negli attuali sistemi di erogazione.
CASA
Sono noti i problemi che i giovani incontrano, soprattutto nelle grandi città, nel reperire a costi contenuti immobili da acquistare o prendere in affitto.
Personalmente ritengo che la strada principale da percorrere – seguendo alcune buone pratiche già sviluppate da alcuni Enti Locali come nel caso del Comune di Roma – sia quella di favorire l’accesso al credito dei giovani fino a 35 anni, ed in particolare dei lavoratori atipici, mediante la costituzione di idonee forme di garanzia o sotto forma di integrazione al pagamento del mutuo. Penso poi a misure per il sostegno al pagamento dell’affitto, per l’accesso all’edilizia popolare, e ad agevolazioni fiscali connesse all’affitto di immobili a giovani.
Voglio dirlo così ed in questo modo: gli strumenti del favore fiscale – detrazioni o deduzioni che siano – in questo come in altri campi di cui tratterò successivamente possono essere i grandi alleati delle politiche giovanili. E quanto più saremo in grado di dimostrare che, conti alla mano, il minor gettito comportato da questo tipo di misure è però in grado di far muovere i giovani italiani e, con loro, anche l’economia del Paese, tanto più facile sarà privilegiare questo tipo di misure come leve fondamentali delle politiche giovanili.
Tornando al tema casa, io sono convinta che il valore di un intervento del genere sia notevole e non mi riferisco solo all’ampliamento della sfera dei diritti della popolazione giovanile italiana ma anche all’effetto di trascinamento vorrei dire “keynesiano” sull’intera economia nazionale – dal punto di vista dell’attivazione del ciclo dei consumi privati – dell’effettiva introduzione di strumenti in grado di aiutare i ragazzi italiani ad uscire dalla casa dei genitori presto e possibilmente con il sorriso sulle labbra e maggiori certezze in mano.
Secondo l’Istat (dati 2003), i giovani fra i 25 e 34 anni, celibi e nubili, che vivono con almeno un genitore sono 3.852.442 (il 60% circa dei quali maschi). Sempre secondo l’Istat, avrebbero “probabilmente” o “certamente” intenzione di lasciare la casa di origine entro i prossimi tre anni, rispettivamente, 1.905.374 e 555.969 giovani (dati 2003). Dalla stima sono escluse le giovani coppie sposate che vivono a casa di una delle due famiglie di provenienza quindi si tratta di una stima per difetto.
Che cosa succederebbe, in termini di acquisto di beni durevoli, se una quota di queste ragazze e ragazzi avesse l’opportunità di mettere su casa?
Abbiamo immaginato di dover arredare una casa di piccola metratura composta di cucina, bagno, camera da letto e soggiorno con gli elementi: tavoli, sedie, letti, materassi, frigoriferi, biancheria per la casa, elettrodomestici vari. In base alla stima dei prezzi medi e facendo la media fra diverse possibili combinazioni abbiamo calcolato una spesa individuale di poco inferiore ai 5000 euro.
Se tutti i giovani che hanno dichiarato la propria intenzione di uscire certamente di casa riuscissero a realizzare il proprio desiderio, l’acquisto di beni durevoli non sarebbe inferiore a circa due Miliardi e mezzo di Euro. Se includessimo anche quelli che hanno dichiarato probabile la loro uscita, aggiungeremmo circa altri nove Miliardi di Euro.
Se invece ipotizzassimo l’uscita di casa di quote diverse di giovani oggi ancora a casa dei propri genitori – a prescindere dalle loro intenzioni dichiarate – il volume di spesa per l’acquisto di beni durevoli sarebbe stimabile da un minimo di 906 Milioni di Euro (se uscisse il 5%) a un massimo di 18 Miliardi di Euro (se uscisse, per assurdo, il 100%).
Insomma con una battuta mi viene da dire che c’è un tesoro nascosto dentro casa di mamma e papà.
(…) segue.
da larete.ilcannocchiale.it